Il genocidio di Srebrenica (Bosnia ed Erzevovina) e il cimitero memoriale Potočari (8372)

Conoscete Srebrenica? Qual è il più grande genocidio in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale?
A scuola non se ne parla … a volte non c’è nemmeno traccia nei libri di storia. L’11 luglio è una data tristemente significativa e sempre più dimenticata nonostante il Parlamento europeo nel 2009 la istituì come giornata della memoria per le vittime del genocidio di Srebrenica, consumatosi nel cuore dell’Europa circa 25 anni fa.

Il parco memoriale Potocari è un altro dei luoghi della vergogna della nostra cara Europa, il luogo in cui c’era la base dei caschi blu olandesi che non solo non riuscirono a fermare il massacro ma quasi senza volerlo diedero una mano a renderlo ancora più grottesco. Il Memoriale è tutto nelle foto che tra poco scorrendo vedrete, un immenso prato di steli bianchi e poco altro.
Srebrenica è il posto che più mi ha colpito in tutti i miei viaggi: entrarci dentro mette i brividi e la cosa che più mi ha colpito è silenzio e il dolore che si percepisce nell’aria, interrotto di tanto in tanto da qualche pianto disperato di chi a distanza di decine di anni, viene qui commemorare l’anima del proprio defunto.


COME ARRIVARE A SREBRENICA

Arrivare a Srebrenica non è semplice e la via più diretta è da Sarajevo o da Tuzla in macchina. Da Belgrado partono dei pullman ma arrivano soltanto alla cittadina di confine serba di nome Ljubovija e li bisogna cambiare mezzo  e oltrepassare la dogana per raggiungere Srebrenica. Da qui non ci sono mezzi diretti e i 43 km potrebbero divenire un’eternità se non trovate una macchina/taxi che vi accompagni.


Srebrenica, 12 luglio 1995. Le truppe serbe entrano a Potocari, un villaggio a sei chilometri da Srebrenica, dove le truppe dell’Onu hanno il loro quartier generale. Il comandante dei caschi blu ha ottenuto da Mladic l’assicurazione che donne, vecchi e bambini saranno evacuati nel territorio sotto il controllo dei musulmani. Nel primo pomeriggio arrivano a Potocari 40-50 veicoli, tra furgoni, camion e jeep, su cui viene caricato un primo contingente di persone. Mladic si fa vedere sulla scena dai giornalisti, che osservano i soldati serbi mentre distribuiscono acqua e pane agli sfollati e gettano dolci ai bambini. “Non abbiate paura – dice Mladic davanti alle telecamere. – State calmi, calmi. Lasciate che donne e bambini vadano per primi. Verranno tanti autobus. Non abbandonatevi al panico. State attenti che nessuno dei bambini si perda. Non abbiate paura. Nessuno vi farà del male”.

Ratko Mladic dopo l’arresto, avvenuto il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza (ilmessaggero.it)

Intanto a New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta all’unanimità una risoluzione per chiedere “l’immediata cessazione dell’offensiva dei serbi bosniaci e il loro ritiro dalla zona di protezione di Srebrenica”. Una pronuncia formale, che non avrà alcun effetto. Sul calar della notte, i serbi raccolgono a Potocari gli uomini che sono riusciti a rastrellare in un edificio di fronte all’accampamento dell’Onu, noto come “casa bianca”. Alcuni di loro vengono uccisi sul posto, mentre la maggioranza viene trasportata a Bratunac, dove viene sottoposta a sevizie, prima di essere trucidata. Il 13 luglio inizia la grande mattanza in un’atmosfera di esaltazione collettiva, come sarà testimoniato dagli appartenenti a un convoglio dell’Agenzia Onu per i rifugiati, che vedono i serbi bosniaci, molti dei quali ubriachi, festeggiare nelle strade. Nei quattro giorni successivi le uccisioni di massa continuano senza tregua, con ogni tipo di arma, anche con granate.

Boutros Boutros-Ghali, segretario generale Onu dal 1992 al 1996. La comunità internazionale non impedì la strage di Srebrenica (agenziastampaitalia.it)

Per quanto già il 13 luglio le notizie che qualcosa di terribile sta accadendo a Bratunac comincino a raggiungere i vertici delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi – rappresentante speciale del segretario Boutros-Ghali – chiede che non vengano rese pubbliche, per non mettere in pericolo gli osservatori militari dell’Onu ancora a Srebrenica. Solo il 16 e il 17 luglio, quando i giornalisti intervistano i primi fuggiaschi all’aeroporto di Tuzla e i caschi blu rimpatriati attraverso Zagabria, cominciano a trapelare le prime informazioni sul massacro. Uno degli uomini dell’Onu racconterà: “La stagione di caccia è al culmine… presi al bersaglio non sono solo gli uomini al servizio del governo bosniaco… ma anche donne, pure quelle incinte, bambini e vecchi… su alcuni si spara o li si ferisce, ad altri vengono tagliate le orecchie e alcune donne sono state stuprate”.

Il 16 luglio sul tardi e nelle prime ore del 17 luglio una colonna di uomini e ragazzi fuggiti attraverso i boschi raggiunge dopo sei giorni di marcia il territorio controllato dal governo di Sarajevo. Di 15mila, quanti erano partiti, ne sono rimasti vivi tra i 4500 e i 6000.

Don’t Forget Srebrenica


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