FOTO e VIDEO – Don’t Forget Srebrenica … 11 luglio 1995 – 11 luglio 2015! – 20 anni per non dimenticare il genocidio! Potočari (8372)

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Domani sarà il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica!
11 LUGLIO 1995 – 11 LUGLIO 2015! Ma di cosa stiamo parlando?!?!?
A scuola non se ne parla …. a volte non c’è nemmeno nei libri di storia. L’11 luglio è una data tristemente significativa e sempre più dimenticata: il Parlamento europeo nel 2009 la istituì come giornata della memoria per le vittime del genocidio di Srebrenica, consumatosi nel cuore dell’Europa 20 anni fa.

IL Book fotografico del Cimitero Potočari (8372) – Srebrenica (Bosnia Erzegovina)

IL Book fotografico del Cimitero Potočari (8372) – Srebrenica (Bosnia Erzegovina)

 

Srebrenica (in serbo: Сребреница ˈsrêbrenit͡sa) è una città e un comune nella parte orientale della Bosnia-Erzegovina appartenente all’entità della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (Republika Srpska).
Srebrenica è il più grande massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, e rappresenta la vittoria dei nazionalisti e la sconfitta delle Nazioni Unite. All’epoca, l’incaricato per i diritti umani dell’ONU Mazowiecki definì l’azione serba “una violazione molto seria e su scala enorme dei diritti umani, descrivibile solo con la parola barbarie: attacchi alla popolazione civile, uccisioni e stupri”. La città di Srebrenica svuotata dei propri abitanti viene presa d’assalto da famiglie serbo-bosniache, quasi tutte profughe a loro volta che alterarono la composizione e la cifra etnica della cittadina. Le autorità serbo-bosniache e jugoslave inizialmente avevano negato quanto accaduto. Fino ad oggi circa migliaia e migliaia di vittime sono state ritrovate tra i boschi e i vicini comuni. Uno sterminato cimitero musulmano e un maestoso monumento alla memoria, presso Srebrenica, inaugurato nel 2003, ne ha sepolti 8372 mentre tanti altri corpi esumati aspettano ancora i risultati per essere ufficialmente identificati. I responsabili della strage negli anni successivi al compimento del genocidio fecero di tutto per nascondere le prove, svuotando molte fosse originarie e riseppellendo i cadaveri frazionati in più fosse disseminate in un arco di cinquanta km da Srebrenica.
Il Massacro fu considerato crimine di guerra, per il quale furono perseguiti sia Ratko Mladić, arrestato lo scorso 26 maggio dopo una lunga latitanza, che Željko Ražnatović, meglio conosciuto come Arkan, sanguinario esecutore di genocidi e pulizie etniche nei Balcani. La giustizia non fece in tempo a fare il suo corso: Arkan fu assassinato nel 2000.
Ci sono ancora dei misteri irrisolti intorno alla carneficina, dalle cause effettive dell’esplosione di violenza al mancato intervento dei Caschi blu dell’ONU, che detenevano la sovranità militare del territorio di Srebrenica.


 

Srebrenica, 12 luglio 1995. Le truppe serbe entrano a Potocari, un villaggio a sei chilometri da Srebrenica, dove le truppe dell’Onu hanno il loro quartier generale. Il comandante dei caschi blu ha ottenuto da Mladic l’assicurazione che donne, vecchi e bambini saranno evacuati nel territorio sotto il controllo dei musulmani. Nel primo pomeriggio arrivano a Potocari 40-50 veicoli, tra furgoni, camion e jeep, su cui viene caricato un primo contingente di persone. Mladic si fa vedere sulla scena dai giornalisti, che osservano i soldati serbi mentre distribuiscono acqua e pane agli sfollati e gettano dolci ai bambini. “Non abbiate paura – dice Mladic davanti alle telecamere. – State calmi, calmi. Lasciate che donne e bambini vadano per primi. Verranno tanti autobus. Non abbandonatevi al panico. State attenti che nessuno dei bambini si perda. Non abbiate paura. Nessuno vi farà del male”.

Ratko Mladic dopo l’arresto, avvenuto il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza (ilmessaggero.it)

Intanto a New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta all’unanimità una risoluzione per chiedere “l’immediata cessazione dell’offensiva dei serbi bosniaci e il loro ritiro dalla zona di protezione di Srebrenica”. Una pronuncia formale, che non avrà alcun effetto. Sul calar della notte, i serbi raccolgono a Potocari gli uomini che sono riusciti a rastrellare in un edificio di fronte all’accampamento dell’Onu, noto come “casa bianca”. Alcuni di loro vengono uccisi sul posto, mentre la maggioranza viene trasportata a Bratunac, dove viene sottoposta a sevizie, prima di essere trucidata. Il 13 luglio inizia la grande mattanza in un’atmosfera di esaltazione collettiva, come sarà testimoniato dagli appartenenti a un convoglio dell’Agenzia Onu per i rifugiati, che vedono i serbi bosniaci, molti dei quali ubriachi, festeggiare nelle strade. Nei quattro giorni successivi le uccisioni di massa continuano senza tregua, con ogni tipo di arma, anche con granate.

Boutros Boutros-Ghali, segretario generale Onu dal 1992 al 1996. La comunità internazionale non impedì la strage di Srebrenica (agenziastampaitalia.it)

Per quanto già il 13 luglio le notizie che qualcosa di terribile sta accadendo a Bratunac comincino a raggiungere i vertici delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi – rappresentante speciale del segretario Boutros-Ghali – chiede che non vengano rese pubbliche, per non mettere in pericolo gli osservatori militari dell’Onu ancora a Srebrenica. Solo il 16 e il 17 luglio, quando i giornalisti intervistano i primi fuggiaschi all’aeroporto di Tuzla e i caschi blu rimpatriati attraverso Zagabria, cominciano a trapelare le prime informazioni sul massacro. Uno degli uomini dell’Onu racconterà: “La stagione di caccia è al culmine… presi al bersaglio non sono solo gli uomini al servizio del governo bosniaco… ma anche donne, pure quelle incinte, bambini e vecchi… su alcuni si spara o li si ferisce, ad altri vengono tagliate le orecchie e alcune donne sono state stuprate”.

Il 16 luglio sul tardi e nelle prime ore del 17 luglio una colonna di uomini e ragazzi fuggiti attraverso i boschi raggiunge dopo sei giorni di marcia il territorio controllato dal governo di Sarajevo. Di 15mila, quanti erano partiti, ne sono rimasti vivi tra i 4500 e i 6000.


Don’t Forget Srebrenica

 

Travel blogger, fotografo ed influencer per diversi siti web ma soprattutto per il mio blog "I VIAGGI DI SPEEDY". Ho visitato 43 nazioni diverse e uno stato "de facto” come la Transnistria. Brand Ambassador per diverse aziende italiane e internazionali. Fondatore del fanclub unofficial su Luciano Ligabue più famoso del web lucianoligabuefanclub.com

VIDEO – Sarajevo (Bosnia Erzegovina) tra croci, minareti e sinagoghe – ESTATE 2011

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« Una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera. È raro.
Un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo.
L’aveva scritto tempo fa, prima della guerra, un rabbino sefardita, chiamato Kaa »
Predrag Matvejević

Sarajevo (in alfabeto cirillico Сарајево; in italiano: Saraievo o, meno frequente, Seraievo) è la capitale e la più grande città della Bosnia-Erzegovina. La sua popolazione si aggira attorno ai 750.000 abitanti. Conosciuta principalmente come scenario dell’attentato all’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, la città ha ospitato, nel 1984, i XIV Giochi olimpici invernali e, tra il 1992 e il 1995, ha sofferto più di tre anni d’assedio da parte delle forze serbo-bosniache, durante la guerra di Bosnia.
Il momento di massima crescita della città si ebbe agli inizi degli anni ottanta quando Sarajevo venne nominata città ospitante dei giochi olimpici invernali.

A causa dell’inizio della guerra in Jugoslavia, il 6 aprile 1992 la città venne accerchiata ed in seguito assediata dalle forze serbe. La guerra, che è durata fino all’ottobre del 1995, ha portato distruzione su larga scala e una fortissima percentuale di emigrazione.

Tra i beni culturali maggiormente devastati dal conflitto si rammentano la Biblioteca Nazionale ed Universitaria, che era il monumento più rappresentativo dell’architettura pseudo-moresca del XIX secolo, il “Museo di Stato della Bosnia-Herzegovina” e la Moschea di Gazi Husrev Beg (del XVI secolo).

La ricostruzione della città è iniziata a partire dal marzo del 1996, subito dopo la fine della guerra. Sebbene già nel 2003 la maggior parte della città presentasse il frutto dei primi processi della ricostruzione, ad oggi (novembre 2011) Sarajevo mostra ancora i diversi segni del conflitto, sia nella parte nuova che in quella più antica (in particolare risultano abbastanza evidenti i colpi di proiettile presenti su moltissimi edifici ricoperti di gesso). Il centro storico ottomano e la parte ottocentesca, di impronta austriaca, a parte alcuni singoli edifici sono completamente rimesse a nuovo. I segni più evidenti della guerra si possono ancora trovare nella città nuova, Novo Sarajevo, dove molti edifici sono ancora distrutti, e accanto ad essi sono molti i cantieri di nuovi centri commerciali ed edifici destinati ai servizi.
Sarajevo è da sempre città multi-etnica e multi-religiosa, al suo interno convivono tre diverse religioni: l’islam, il cristianesimo (con due confessioni: cattolica ed ortodossa) e l’ebraismo. Il grande clima di tolleranza e rispetto tra queste confessioni ha portato a soprannominare Sarajevo la Gerusalemme d’Europa. I rapporti tra queste fedi si sono incrinati in seguito alle guerre jugoslave.

(Fonte Wikipedia)

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VIDEO – Viaggio verso il parco memoriale Potocari (8372) di Srebrenica – ESTATE 2011

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Srebrenica (in serbo: Сребреница ˈsrêbrenit͡sa) è una città e un comune nella parte orientale della Bosnia-Erzegovina appartenente all’entità della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (Republika Srpska).
Srebrenica è il più grande massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, e rappresenta la vittoria dei nazionalisti e la sconfitta delle Nazioni Unite. All’epoca, l’incaricato per i diritti umani dell’ONU Mazowiecki definì l’azione serba “una violazione molto seria e su scala enorme dei diritti umani, descrivibile solo con la parola barbarie: attacchi alla popolazione civile, uccisioni e stupri”. La città di Srebrenica svuotata dei propri abitanti viene presa d’assalto da famiglie serbo-bosniache, quasi tutte profughe a loro volta che alterarono la composizione e la cifra etnica della cittadina. Le autorità serbo-bosniache e jugoslave inizialmente avevano negato quanto accaduto. Fino ad oggi circa migliaia e migliaia di vittime sono state ritrovate tra i boschi e i vicini comuni. Uno sterminato cimitero musulmano e un maestoso monumento alla memoria, presso Srebrenica, inaugurato nel 2003, ne ha sepolti 8372 mentre tanti altri corpi esumati aspettano ancora i risultati per essere ufficialmente identificati. I responsabili della strage negli anni successivi al compimento del genocidio fecero di tutto per nascondere le prove, svuotando molte fosse originarie e riseppellendo i cadaveri frazionati in più fosse disseminate in un arco di cinquanta km da Srebrenica.
Il Massacro fu considerato crimine di guerra, per il quale furono perseguiti sia Ratko Mladić, arrestato lo scorso 26 maggio dopo una lunga latitanza, che Željko Ražnatović, meglio conosciuto come Arkan, sanguinario esecutore di genocidi e pulizie etniche nei Balcani. La giustizia non fece in tempo a fare il suo corso: Arkan fu assassinato nel 2000.
Ci sono ancora dei misteri irrisolti intorno alla carneficina, dalle cause effettive dell’esplosione di violenza al mancato intervento dei Caschi blu dell’ONU, che detenevano la sovranità militare del territorio di Srebrenica.


 

Srebrenica, 12 luglio 1995. Le truppe serbe entrano a Potocari, un villaggio a sei chilometri da Srebrenica, dove le truppe dell’Onu hanno il loro quartier generale. Il comandante dei caschi blu ha ottenuto da Mladic l’assicurazione che donne, vecchi e bambini saranno evacuati nel territorio sotto il controllo dei musulmani. Nel primo pomeriggio arrivano a Potocari 40-50 veicoli, tra furgoni, camion e jeep, su cui viene caricato un primo contingente di persone. Mladic si fa vedere sulla scena dai giornalisti, che osservano i soldati serbi mentre distribuiscono acqua e pane agli sfollati e gettano dolci ai bambini. “Non abbiate paura – dice Mladic davanti alle telecamere. – State calmi, calmi. Lasciate che donne e bambini vadano per primi. Verranno tanti autobus. Non abbandonatevi al panico. State attenti che nessuno dei bambini si perda. Non abbiate paura. Nessuno vi farà del male”.

Ratko Mladic dopo l’arresto, avvenuto il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza (ilmessaggero.it)

Intanto a New York il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta all’unanimità una risoluzione per chiedere “l’immediata cessazione dell’offensiva dei serbi bosniaci e il loro ritiro dalla zona di protezione di Srebrenica”. Una pronuncia formale, che non avrà alcun effetto. Sul calar della notte, i serbi raccolgono a Potocari gli uomini che sono riusciti a rastrellare in un edificio di fronte all’accampamento dell’Onu, noto come “casa bianca”. Alcuni di loro vengono uccisi sul posto, mentre la maggioranza viene trasportata a Bratunac, dove viene sottoposta a sevizie, prima di essere trucidata. Il 13 luglio inizia la grande mattanza in un’atmosfera di esaltazione collettiva, come sarà testimoniato dagli appartenenti a un convoglio dell’Agenzia Onu per i rifugiati, che vedono i serbi bosniaci, molti dei quali ubriachi, festeggiare nelle strade. Nei quattro giorni successivi le uccisioni di massa continuano senza tregua, con ogni tipo di arma, anche con granate.

Boutros Boutros-Ghali, segretario generale Onu dal 1992 al 1996. La comunità internazionale non impedì la strage di Srebrenica (agenziastampaitalia.it)

Per quanto già il 13 luglio le notizie che qualcosa di terribile sta accadendo a Bratunac comincino a raggiungere i vertici delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi – rappresentante speciale del segretario Boutros-Ghali – chiede che non vengano rese pubbliche, per non mettere in pericolo gli osservatori militari dell’Onu ancora a Srebrenica. Solo il 16 e il 17 luglio, quando i giornalisti intervistano i primi fuggiaschi all’aeroporto di Tuzla e i caschi blu rimpatriati attraverso Zagabria, cominciano a trapelare le prime informazioni sul massacro. Uno degli uomini dell’Onu racconterà: “La stagione di caccia è al culmine… presi al bersaglio non sono solo gli uomini al servizio del governo bosniaco… ma anche donne, pure quelle incinte, bambini e vecchi… su alcuni si spara o li si ferisce, ad altri vengono tagliate le orecchie e alcune donne sono state stuprate”.

Il 16 luglio sul tardi e nelle prime ore del 17 luglio una colonna di uomini e ragazzi fuggiti attraverso i boschi raggiunge dopo sei giorni di marcia il territorio controllato dal governo di Sarajevo. Di 15mila, quanti erano partiti, ne sono rimasti vivi tra i 4500 e i 6000.


 

 

(Fonte Wikipedia)

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VIDEO – Visoko (Bosnia Erzegovina) in Europa si trovano delle piramidi! – ESTATE 2011

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Visoko è una città nella Bosnia-Erzegovina centrale che conta circa 17.000 abitanti. Si trova sulla strada che unisce Zenica a Sarajevo, sulle sponde del fiume Bosna, alla confluenza con il Fojnicka. La regione circostante la città conta circa 46.000 abitanti; amministrativamente fa parte del Cantone di Zenica-Doboj della Federazione di Bosnia-Erzegovina.
Sembra incredibile ma ancora una volta la storia intorno alla piramidi è avvolta da misteri e da scoperte sensazionali.

Forse saprete già come le costruzioni piramidali non coinvolgono solo l’Egitto, ma diverse località sparse nel mondo, ora però, in base alle ultime scoperte l’attenzione si sposta in Bosnia a 50 km da Sarajevo più precisamente a Visoko.

Qui l’archeologo bosniaco-americano S. Osmanagich, dopo aver studiato a lungo le piramidi dell’America Latina, si rese conto che alcune colline potevano celare le vestigia di una struttura piramidale, così nel 1995 incominciò a compiere scavi di verifica.

Le ipotesi, sulla possibilità dell’esistenza di queste piramidi,da parte di Osmanagich, ha incuriosito anche la N.A.S.A., che ha dato il via a riprese satellitari.

Le analisi spettrali e i telerilevamenti morfologici hanno stabilito che si tratta proprio di tre piramidi, le cui linee di congiunzione creano un triangolo equilatero perfetto con angoli di 60°.

Sotto la vegetazione, dunque è lecito pensare che vi si nascondano proprio le più imponenti piramidi del mondo, orientate verso i punti cardinali (come per le piramidi egiziane) e con inclinazione di 45° esatti.

La più  grande delle tre, denominata dal team di ricercatori di Osmanagich “La piramide del Sole”, infatti , raggiunge l’altezza di 220 m contro i 147 di quella di Cheope, seguono ai due lati due più piccole, denominate rispettivamente la “piramide del Dragone” e la ” piramide della Luna”,

quest’ultima è al momento in fase di dissotterramento

(Fonte Wikipedia)

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he term Bosnian pyramids has been used for a cluster of natural geological formations sometimes known as flatirons near the Bosnian town of Visoko, northwest of Sarajevo. The hill named Visočica became the focus of international attention in October 2005 following a news-media campaign promoting the idea that they are human-made and the largest ancient pyramids on Earth.

In analysing the site, its known history, and the excavations; geologists, archeologists, and other scientists have concluded that they are natural formations and that there are no signs of human building involved.Additionally, scientists have criticised the Bosnian authorities for supporting the pyramid claim saying, “This scheme is a cruel hoax on an unsuspecting public and has no place in the world of genuine science.”

The 213-metre (699 ft) Visočica hill, upon which the Old town of Visoki was once sited, is roughly pyramid-shaped. The idea that it constitutes an ancient artificial edifice was publicised by Bosnian author and metalworker Semir Osmanagić. His subsequent excavations at the site have uncovered what he claims to be a paved entrance plateau and tunnels, as well as stone blocks and ancient mortar which he has suggested once covered the structure. Osmanagić has claimed that the dig involved an international team of archaeologists from Australia, Austria, Ireland, Scotland and Slovenia. However, many archaeologists he named have stated they had not agreed to participate and were never at the site. The dig began in April 2006, and has involved reshaping the hill to make it look like a Mayan step pyramid.
Osmanagić estimates that the Sun pyramid stands 722 feet (220 m) high (or, depending upon the report, either 230 feet (70 m) high or 328 feet (100 m) high). If it is 722 feet, it would be one third taller than the Great Pyramid of Giza, making it the largest pyramidal structure on Earth.

The current target of the project is to complete excavation by 2012. This is in order to “break a cloud of negative energy, allowing the Earth to receive cosmic energy from the centre of the galaxy” according to Osmanagić, who also hopes that it will be listed as UNESCO World Heritage Site.

In October 2011 a Sarajevo court ended a four year court case by giving permission for further investigation of Visočica hill.

(Fonte Wikipedia)

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VIDEO – Medjugorje e Cascate Kravice (Bosnia Erzegovina) – ESTATE 2011

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MADONNA DI MEDJUGORJE

Međugorje, scritto anche Medjugorje, è una piccola località del comune di Čitluk, oggi parte del cantone dell’Erzegovina-Narenta, della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, in Bosnia ed Erzegovina.

Il paese si trova ad un’altitudine di circa 200 metri sopra il livello del mare ed è situato alla base di due colline, il Križevac ed il Podbrdo (il nome Međugorje significa proprio “fra i monti”). Il clima è tipicamente mediterraneo.

I suoi cittadini sono prevalentemente di etnia croata e la religione professata dagli abitanti è quella cattolica. La parrocchia di Medjugorie ha competenza anche per i villaggi di Bijakovići, Vionica, Miletina e Šurmanci. Il suo patrono è san Giacomo.

Questa località è diventata celebre nel mondo perché, il 24 giugno del 1981, Vicka Ivanković, Mirijana Dragičević, Marija Pavlović, Ivan Dragičević, Ivanka Ivanković e Jakov Čolo (che allora avevano tra 10 e 16 anni, oggi sono tutti adulti, padri e madri di famiglia) affermano di ricevere apparizioni della Vergine Maria, che si presenterebbe con il titolo di “Regina della Pace” (Kraljica Mira). Per questo motivo Međugorje è divenuta oggi una famosa meta di numerosi pellegrinaggi.

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CASCATE KRAVICE

ra gli elementi naturalistici più affascinanti della regione, spiccano le spumeggianti cascate di Kravice, a circa 40 km da Mostar. Le acque del fiume Trebižat si ramificano, cadendo da pareti di tufo ad un’altezza di 30 metri, e formano un anfiteatro naturale largo 150 metri, allestendo uno spettacolo che ricorda, seppure in dimensioni ridotte, quello delle imponenti cascate del Niagara.

Frequentato nella stagione estiva soprattutto da appassionati di rafting e dagli abitanti locali, è il luogo ideale per tutti coloro che cercano relax e divertimento stando immersi in un ambiente incontaminato, accompagnati dal suono costante delle cascate in sottofondo. Nei pressi delle cascate si trovano anche una piccola grotta, in cui si possono ammirare stalattiti formate da carbonato di calcio, un antico mulino e un vascello.

Il fiume Trebižat consente, inoltre, piacevoli gite in canoa, organizzate da esperti operatori locali, con percorsi fluviali di 10 km. Un’esperienza davvero imperdibile, in cui i ritmi frenetici della vita quotidiana sembrano solo un ricordo lontano.

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Međugorje or Medjugorje (Croatian pronunciation: [medʑuɡoːrje]) is a town located in western Bosnia and Herzegovina, in the Herzegovina region around 25 km (16 mi) southwest of Mostar and close to the border of Croatia. The town is part of the municipality of Čitluk. Since 1981, it has become a popular site of religious pilgrimage due to reports of apparitions of the Virgin Mary to six local Catholics.

The name Međugorje literally means “an area between mountains”. At an altitude of 200 m (660 ft) above sea level it has a mild Mediterranean climate. The town consists of an ethnically-homogeneous Croat population of over 4,000. The Roman Catholic parish (local administrative and religious area) consists of five neighbouring villages, Međugorje, Bijakovići, Vionica, Miletina and Šurmanci.

Following reports of apparitions, successive bishops of Mostar ruled the claims groundless. In March 2010, in view of continued public interest, the Holy See announced that the Congregation for the Doctrine of the Faith was forming an investigative commission, composed of bishops, theologians, and other experts, under the leadership of Cardinal Camillo Ruini, the Pope’s former Vicar General for the Diocese of Rome.

Kravice is a waterfall on the Trebižat River in Bosnia and Herzegovina. It is ten kilometers south of Ljubuški and forty kilometers south of Mostar. Its height is between 25 meters and the radius of the lake in the base of the waterfall is 120 meters. Kravice is a popular swimming and picnic area and, during the summer, it is frequently visited by tourists from Mostar, Medjugorje and Dubrovnik.

The Kravice Falls area also has a little cafe, a rope swing, a picnic area, and a place to camp. The best time of year for visiting is during the springtime when the fall is at its fullest and the arid landscape turns a bright green. During the high season, various restaurants in the vicinity of the waterfalls mostly offer grilled dishes and fish specialties. Near the Kravice Falls is also a small grotto with stalactites made of calcium carbonate, an old mill and a sailing ship.

(Fonte Wikipedia)

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VIDEO – Mostar (Bosnia Erzegovina) e il suo ponte – ESTATE 2011

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Fondata nel tardo XV secolo dai turchi ottomani, Mostar era il centro amministrativo dell’impero nella regione dell’Erzegovina. L’Impero Austro-Ungarico annesse Mostar nel 1878. Dopo la I guerra mondiale la città a partire del 29 ottobre 1918 divenne parte dello Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi (DSHS), con la capitale a Zagabria, e quando questo il 1º dicembre 1918 fu unito al Regno di Serbia, fu formato un nuovo stato unitario, detto Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (KSHS), denominato più tardi Regno di Jugoslavia. Durante la seconda guerra mondiale la città fece parte, come il resto dei territori dell’attuale Bosnia-Erzegovina, dello Stato Indipendente di Croazia, controllato dai nazifascisti.

Dopo la seconda guerra mondiale la città entrò a far parte della Repubblica Popolare di Bosnia ed Erzegovina, che fu una delle sei repubbliche che componevano la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. In quegli anni furono costruite varie dighe per sfruttare l’energia idroelettrica della Narenta.

Tra il 1992 e 1993, dopo che la Bosnia ed Erzegovina in seguito ad un referendum popolare in base all’allora vigente Costituzione della Jugoslavia di Tito dichiarò l’indipendenza, la città fu soggetta ai bombardamenti e ad un assedio lungo nove mesi.

Le truppe serbe e montenegrine, appoggiate dall’Esercito Popolare Jugoslavo (JNA), bombardarono per la prima volta Mostar il 3 aprile 1992 e nelle settimane successive presero il controllo di gran parte della città. Oltre a causare immense sofferenze alle popolazioni locali, i tiri d’artiglieria danneggiarono o distrussero diversi bersagli civili. Tra questi ci furono un monastero cattolico, quello dei francescani, OFM, la locale cattedrale cattolica della Beata Vergine, Madre della Chiesa, il palazzo del vescovo cattolico con l’annessa biblioteca di 50.000 volumi, come pure vari luoghi di culto musulmani (la moschea di Karadžoz-beg, quella di Roznamed-ij-Ibrahim-efendija e dodici altre).

Pochi giorni dopo l’attacco subito, l’8 aprile, i croati d’Erzegovina insieme ai bosniaci musulmani formarono il Consiglio di Difesa Croato (Hrvatsko Vijeće Obrane, HVO) per affrontare le truppe serbe e montenegrine e l’Esercito Popolare Jugoslavo. Più tardi, in quello stesso anno venne fondato a Mostar pure il IV Corpo dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina (Armija Bosne i Hercegovine), principale formazione militare dei bosniaci musulmani.

Il 12 giugno le forze dell’HVO, assieme a formazioni più piccole composte da bosniaci, ammassarono abbastanza uomini e armi da costringere le truppe serbe e montenegrine e quelle del JNA a uscire da Mostar. Durante l’assedio che ne seguì, la città continuò ad essere bombardata da postazioni sulle montagne ad est, rimaste in mano delle truppe serbe e montenegrine e del JNA.
Monumento Nacional – Muslibegovica House

Nel 1993, i croati bosniaci e i bosniaci musulmani cominciarono una lunga lotta per il controllo di Mostar. I croati lanciarono un’offensiva il 9 maggio durante la quale bombardarono senza tregua il quartiere musulmano, riducendolo in gran parte in rovina, comprese numerose moschee e case del periodo ottomano. Durante la guerra i croati crearono dei campi di concentramento per i musulmani e lo stesso fecero i musulmani per i croati.

Il ponte di pietra del XVI secolo fu distrutto il 9 novembre dal fuoco di un mortaio croato. Nel 2004 ne è stata completata la ricostruzione, contestuale al recupero dell’intera città vecchia, che è stata iscritta dall’UNESCO nella lista dei siti dichiarati Patrimonio dell’umanità.

Un cessate il fuoco fu firmato il 25 febbraio 1994. La città rimase divisa tra croati e bosniaci, e solo nel 1996 fu ristabilita la libera circolazione da una parte all’altra della città.
Ponte Storto (Kriva Ćuprija) (1558)

(Fonte Wikipedia)

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Mostar is a city and municipality in Bosnia and Herzegovina, the largest and one of the most important cities in the Herzegovina region and the center of the Herzegovina-Neretva Canton of the Federation. Mostar is situated on the Neretva river and is the fifth-largest city in the country. Mostar was named after the bridge keepers (natively: mostari) who in the medieval times guarded the Stari Most (Old Bridge) over Neretva river. The Old Bridge, built by the Ottomans in the 16th century, is one of the city’s most recognizable landmarks.

Stari Most (English: Old Bridge) is a 16th century Ottoman bridge in the city of Mostar, Bosnia and Herzegovina that crosses the river Neretva and connects two parts of the city. The Old Bridge stood for 427 years, until it was destroyed on November 9, 1993 during the Croat-Bosniak War. Subsequently, a project was set in motion to reconstruct it, and the rebuilt bridge opened on July 23, 2004.

(Fonte Wikipedia)

 

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VIDEO – Dubrovnik e Isola di Lokrum (Croazia) – ESTATE 2011

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Ragusa (in croato Dubrovnik, in italiano anche Ragusa di Dalmazia), è una città della Croazia meridionale di 42.641 abitanti, situata lungo la costa della Dalmazia. La città, che ha lungamente mantenuto la sua indipendenza, vanta un centro storico di particolare bellezza che figura nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO e che le è valso il soprannome di “perla dell’Adriatico”.
Ragusa è il capoluogo della regione raguseo-narentana, nonché la maggiore città della Dalmazia meridionale. La città di Ragusa è stata fondata originariamente su un’isola rocciosa e poi collegata alla terraferma mediante interramento di un sottile braccio di mare (che corrisponde oggi alla parte pianeggiante della città). Le fortificazioni attuali risalgono al XVII secolo, quando in seguito ad un devastante terremoto la città venne ricostruita quasi interamente. Dal punto di vista urbanistico, il centro storico (che è tassativamente pedonale) è diviso a metà da un lungo stradone lastricato (detto appunto Stradún) che termina in prossimità del porto e lungo il quale si affacciano i palazzi più significativi della città. Di fronte alla città vi è l’isola di Lacroma (Lokrum).

Lacromaì (in croato: Lokrum) è un’isola della Croazia situata nel Mar Adriatico di fronte alla città di Ragusa (Dubrovnik). L’isola è disabitata ed è sede di un parco naturalistico.

(Fonte Wikipedia)


Dubrovnik (pronounced [dǔbroːʋnik], Italian: Ragusa, Greek: Ραγκούσα, Ragoùsa) is a city on the Adriatic Sea coast of Croatia, positioned at the terminal end of the Isthmus of Dubrovnik. It is one of the most prominent tourist destinations on the Adriatic, a seaport and the centre of Dubrovnik-Neretva county. Its total population is 42,641 (census 2011).[1] In 1979, the city of Dubrovnik joined the UNESCO list of World Heritage Sites.

The prosperity of the city of Dubrovnik has always been based on maritime trade. In the Middle Ages, as the Republic of Ragusa, also known as a Maritime Republic (together with Amalfi, Pisa, Genoa, Venice and other Italian cities), it became the only eastern Adriatic city-state to rival Venice. Supported by its wealth and skilled diplomacy, the city achieved a high level of development, particularly during the 15th and 16th centuries.
The beginning of tourism in Dubrovnik is often associated with the construction of the late 19th-century luxury hotels in Croatia, such as Grand Hotel (1890) in Opatija and the Hotel Imperial (1897) in Dubrovnik. According to CNNGo, Dubrovnik is among the 10 best medieval walled cities in the world.[3] Although Dubrovnik was demilitarised in the 1970s to protect it from war, in 1991, after the breakup of Yugoslavia, it was besieged by Serb-Montenegrin forces for seven months and received significant shelling damage.

In Croatian, the city is known as Dubrovnik; in Italian as Ragusa; and in Latin as Ragusium. Its historical name in Greek is Raugia (Ραυγια) or Ragousa (Ραγουσα).
The current Croatian name was officially adopted in 1918 after the fall of the Austro-Hungarian Empire, but it was in use from the Middle Ages. It is also referred to as Dubrovnik in the first official document of the treaty with the Ban of Bosnia Ban Kulin in 1189.

Historical lore indicates that Ragusa (Dubrovnik) was founded in the 7th century on a rocky island named Laus, which provided shelter for refugees from the nearby city of Epidaurum.
Another theory appeared recently, based on new archaeological excavations. New findings (a Byzantine basilica from the 8th century and parts of the city walls) contradict the traditional theory. The size of the old basilica clearly indicates that there was quite a large settlement at the time. There is also increasing support in the scientific community[who?] for the theory that major construction of Ragusa took place before the Common Era. This “Greek theory” has been boosted by recent findings of numerous Greek artefacts during excavations in the Port of Dubrovnik. Also, drilling below the main city road has revealed natural sand, contradicting the theory of Laus (Lausa) island.
Dr Antun Ničetić, in his book Povijest dubrovačke luke (“History of the Port of Dubrovnik”), expounds the theory that Dubrovnik was established by Greek sailors. A key element in this theory is the fact that ships in ancient times travelled about 45–50 nautical miles (83–93 km; 52–58 mi) per day, and required a sandy shore to pull out of water for the rest period during the night. The ideal rest site would have fresh water source in its vicinity. Dubrovnik has both, and is situated almost halfway between the two known Greek settlements of Budva and Korčula, 95 nautical miles (176 km; 109 mi) apart from each other.

Lokrum ( Italian: Lacroma) is an island in the Adriatic Sea 600 metres from the city of Dubrovnik, Croatia. It stretches from northwest to southeast and receives regular ferry service from the city.

(Fonte Wikipedia)

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Sarajevo-Сарајево, Mostar, Kravice, Međugorje-Medjugorje, Visoko, Srebrenica-Сребреница (Bosnia ed Erzevovina- Bosna i Hercegovina) – Cosa vedere, storia, foto e video.

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Bosnia ed Erzegovina

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La Bosnia ed Erzegovina (comunemente indicata anche come Bosnia-Erzegovina, in croato e bosniaco Bosna i Hercegovina, in serbo Босна и Херцеговина, Bosna i Hercegovina) è uno stato situato nei Balcani occidentali, che fino ad aprile 1992 faceva parte della Jugoslavia. La sua capitale è Sarajevo.

Il nome Bosnia deriva dal nome del fiume Bosna; mentre il nome di Erzegovina deriva dal titolo di “herceg” (= herzeg; dal tedesco: Herzog – duca), e il nome della regione significa letteralmente la “terra di erzeg” (Hercegova zemlja, Hercegovina; nome della regione che si riscontra per la prima volta nei documenti storici del 1448).


 

Sarajevo (book fotografico e video)

 

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Il book fotografico di Sarajevo (Bosnia Erzegovina)

« Una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera. È raro.
Un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo. »
(Predrag Matvejević in un’intervista per La storia siamo noi)

Sarajevo (in alfabeto cirillico: Сарајево; in giudesmo: Saraj; in italiano: Saraievo o, raramente, Seraievo) è la capitale e la più grande città della Bosnia ed Erzegovina. La sua popolazione si aggira attorno ai 750.000 abitanti (al 2011[2]). Conosciuta principalmente come scenario dell’attentato all’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, la città ha ospitato, nel 1984, i XIV Giochi olimpici invernali e, tra il 1992 e il 1995, ha sofferto più di tre anni d’assedio da parte delle forze serbo-bosniache, durante la guerra di Bosnia (1992-1995).

Sarajevo è localizzata vicino al centro geometrico del triangolo di terra che è la Bosnia ed Erzegovina, qualche chilometro ad est della sorgente del fiume Bosna. Un piccolo fiume di nome Miljacka divide la città in due parti. L’antico cuore della città si trova in una ampia valle che ha una forma naturale di anfiteatro.

La città si trova a 511 metri sopra il livello del mare, alcuni suoi sobborghi raggiungono i 900 metri sopra il livello del mare, il che fa di Sarajevo una delle città più elevate in Europa. Le cime delle montagne che accerchiano la città raggiungono e superano i 2000 metri sopra il livello del mare.

Durante la seconda metà del XX secolo, città satellite come Ilidža e Vogošča si sono fuse con Sarajevo diventandone dei sobborghi.

Religione
Sarajevo è da sempre città multi-etnica e multi-religiosa, al suo interno convivono tre diverse religioni: l’islam, il cristianesimo (con due confessioni: cattolica, legata ai croati, ed ortodossa, praticata dai serbi) e l’ebraismo. Il grande clima di tolleranza e rispetto tra queste confessioni ha portato a soprannominare Sarajevo la Gerusalemme d’Europa. I rapporti tra queste fedi si sono incrinati in seguito alle guerre jugoslave.

Islam

La religione islamica è giunta a Sarajevo con l’arrivo dei turchi nel 1463 d.C. Molti abitanti scelsero di convertirsi, tra questi molti cattolici che non erano visti di buon occhio per il loro legame religioso con i cavalieri crociati. La presenza turca ha rivoluzionato la città, facendola crescere di dimensioni e dandole quell’atmosfera orientale tipica di Sarajevo. Nel 1991 il 45% della popolazione era islamica.

Cristianesimo serbo–ortodosso

I serbi sono da molto tempo parte integrante della città, a Sarajevo ha sede un patriarcato serbo e ci sono chiese vecchie di 500 anni a testimoniare la loro presenza nel corso dei secoli. Nel 1921 più del 20% della popolazione era composto da serbi. Questa percentuale è molto diminuita: si stima che non più del 5-12% degli abitanti sia serbo, molti hanno deciso di allontanarsi in seguito all’Assedio di Sarajevo.

Cristianesimo cattolico

I fedeli di religione cattolica a Sarajevo sono soprattutto croati. Sarajevo è sede di un’arcidiocesi cattolica e la cattedrale cattolica del Sacro Cuore è uno dei simboli della città, tanto che viene spesso indicata come la Cattedrale di Sarajevo. Anche il numero dei cattolici è diminuito in seguito ai conflitti jugoslavi.

Ebraismo

La presenza ebraica a Sarajevo è vecchia di 400 anni, il primo ebreo giunse in città nel 1541[senza fonte]. I turchi permisero agli ebrei la costruzione di sinagoghe.[senza fonte] Nel corso degli anni la popolazione crebbe e divenne molto fiorente, il numero degli ebrei arrivò fino ai 8.000 – 12.000 (per la maggior parte erano sefarditi). Sarajevo era il centro ebraico più importante dei balcani, vi erano presenti ben 15 sinagoghe e i rapporti con le altre confessioni erano pacifici. L’avvento del nazismo e delle terribili persecuzioni degli Ustascia di Pavelic decretò la deportazione per l’85% dei ebrei di Sarajevo e la distruzione di molti luoghi di preghiera. Nel primo dopoguerra molti scelsero di emigrare in Israele, a Sarajevo gli ebrei rimasti sono circa 700.

Luoghi di culto islamici:

Moschea di Ali Pasha
Costruita negli anni tra il 1560 – 1561 sotto il governo ottomano nel tipico stile di Istanbul. La grande cupola copre la stanza della preghiera mentre tre cupole più piccole proteggono il chiostro. La moschea di Ali Pasha venne danneggiata dalle truppe serbe nel 1990. Dopo i restauri del 2004 – 2005 la moschea è inserita nella lista dei Monumenti Nazionali della Bosnia ed Erzegovina
La Moschea Tsars
Importante moschea completata tra il 1462 e il 1566. Il nome deriva da Solimano I

Moschea di Gazi Husrev-beg
Completata tra il 1530 – 1531 è considerata il più importante esempio di architettura islamica della Bosnia e uno dei migliori esempi al mondo di architettura ottomana. Venne costruita da Minar Sinan un importante architetto ottomano che anni dopo costrui la moschea di Solimano a Edirne in Turchia. La moschea prende il nome da Gazi Husrev-beg, colui che commissionò la moschea.

Moschea di Re Fahd
Finanziata dall’Arabia Saudita, è attualmente la moschea più grande di Sarajevo per il numero di fedeli che può accogliere

Luoghi di culto cristiano ortodossi:

Cattedrale serbo ortodossa
Costruita tra il 1863 – 1868 è la chiesa serbo-ortodossa più grande di Sarajevo e una delle più grandi dei balcani. La basilica è dedicata alla natività di Gesù. La chiesa è sormontata da cinque cupole, la pianta è a forma di croce, gli interni sono riccamente decorati. Molto apprezzabile è il campanile dorato posto davanti all’entrata. La costruzione è in stile barocco.
Vecchia chiesa ortodossa
Edificio dedicato al culto serbo-ortodosso, venne completato nel 1539 e dedicato agli arcangeli Gabriele e Michele.

 

Luoghi di culto cristiano cattolici:

Cattedrale del Cuore di Cristo
Sede della Diocesi cattolica in Bosnia viene comunemente chiamata come la cattedrale di Sarajevo o Katedrala. Iniziata nel 1884 e completata nel 1889. Il suo architetto, Josip Vancaš, utilizzò elementi gotici e neo-romanici. Durante l’Assedio di Sarajevo venne danneggiata. È considerata uno dei simboli di Sarajevo

Chiesa di San Giuseppe
Situata nel quartiere di Marijin Dvor, immediatamente fuori dalla zona più centrale della città lungo Zmaja od Bosne, fu costruita tra il 1936 ed il 1940 su disegno dell’architetto Karl Paržik. In stile neo-romanico, con struttura a tre navate in pietra bianca d’Erzegovina, la chiesa ospita il sepolcro di Ivan Šarić, carismatico e discusso arcivescovo di Sarajevo della prima metà del XX secolo che ne promosse la costruzione.

Chiesa di Sant’Antonio da Padova
Situata nel vecchio quartiere a sinistra del fiume Miljacka detto Bistrik (anticamente Latinluk), è stata costruita nel 1912 al posto di un precedente e più piccolo tempio cattolico eretto nel 1882, dopo l’arrivo degli austriaci. Questo aveva avuto anche funzioni parrocchiali e di chiesa cattedrale fino alla costruzione dell’attuale cattedrale nel 1889. Nel 1905 la vecchia chiesetta fu chiusa per problemi di staticità e nel 1912 fu abbattuta per far posto alla nuova chiesa di Sant’Antonio da Padova, disegnata in stile neo-gotico da Josip Vancaš. Annesso alla chiesa si trova un monastero francescano eretto nel 1894.

Luoghi di culto ebraici:

Sinagoga di Sarajevo
Situata a sud del fiume Miljacka è l’unico luogo di preghiera della comunità ebraica. Costruita nel 1902 in stile neo-moreso e consacrata nel 1930, nel 1966 venne offerta alle autorità cittadine come centro culturale e divisa orizzontalmente in due settori. La sezione dedicata al culto ebraico è situata nel piano superiore. Quando venne consacrata era una delle sinagoghe più grandi dei balcani.

Vecchia sinagoga di Sarajevo
Posizionata nel Velika Avlija, il quartiere ebraico di Sarajevo, la vecchia sinagoga risale al 1581. Danneggiata da un incendio nel 1697 e nel 1788 venne trasformata in Museo Ebraico nel 1965. Nonostante i muri siano stati spogliati delle loro decorazioni rimane un ambiente ancora molto suggestivo tutto costruito in pietra


 

Visoko (book fotografico e video)

 

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Il book fotografico delle piramidi di Visoko (Bosnia Erzegovina)

 

Visoko è una città nella Bosnia ed Erzegovina centrale con 41.352 abitanti al censimento 2013.

Si trova sulla strada che unisce Zenica a Sarajevo, sulle sponde del fiume Bosna, alla confluenza con il Fojnicka. La regione circostante la città conta circa 46.000 abitanti; amministrativamente fa parte del Cantone di Zenica-Doboj della Federazione di Bosnia ed Erzegovina.

Le piramidi bosniache di Visoko

Le cosiddette Piramidi bosniache fanno riferimento a un complesso collinare naturale di aspetto piramidale, situate in Bosnia nei pressi di Sarajevo, più volte portato alla ribalta per le teorie di Semir Osmanagić che le ritiene delle antiche costruzioni umane risalenti a 12 000 anni fa. La tesi è priva di fondamento scientifico e storico.

Gli scienziati hanno criticato le autorità bosniache che avevano incoraggiato queste asserzioni affermando che “questa è una perfida frode nei confronti di un pubblico ignaro e non trova posto nel mondo della vera scienza”. Tutte le indagini scientifiche infatti concludono che le “piramidi” altro non sono se non formazioni naturali e non c’è traccia in esse di intervento umano.

La collina Visočica ha un aspetto piramidale, è alta circa 200 metri rispetto al territorio circostante e sulla sua sommità un tempo sorgeva l’antica città di Visoki. L’idea che potesse essere una piramide costruita dall’uomo è stata divulgata da Semir Osmanagić, un bosniaco rifugiatosi a Houston durante la dittatura di Tito e dove possiede un’azienda produttrice di elementi di metallo per l’edilizia. I suoi successivi scavi al sito hanno portato alla luce quelli che potrebbero somigliare a un piano di entrata e dei cunicoli pavimentati (interpretati come pozzi di ventilazione) come pure blocchi di pietra con presunto intonaco che ha supposto un tempo essere la copertura della struttura. Osmanagić ha affermato che lo scavo aveva coinvolto una squadra internazionale di archeologi provenienti da Australia, Austria, Bosnia, Scozia e Slovenia.[9] Molti degli archeologi da lui citati hanno però affermato di non aver partecipato allo scavo e di non aver mai visitato il sito[10]. Lo scavo è cominciato nell’aprile 2006.

Interpretazione pseudoscientifica di Osmanagić

Osmanagić ha chiamato la collina Visočica “piramide del sole”, mentre due piccole alture vicine, identificate tramite fotografia aerea e satellitare sono state soprannominate “piramide della luna” e “piramide del drago”. I giornali hanno riportato che Osmanagić affermerebbe che esse sarebbero state costruite dagli antichi abitanti illirici dei Balcani nel 12 000 a.C., datazione priva di qualunque base storica. In una successiva intervista con Philip Coppens della rivista Nexus (aprile-maggio 2006), Osmanagić cercò di rettificare la sua precedente affermazione dicendo di essere stato frainteso: avrebbe affermato che esse erano state probabilmente costruite dagli illirici che si pensa abbiano vissuto nell’area tra il 12 000 e il 500 a.C. e che la piramide sarebbe stata dunque costruita in quest’arco di tempo e non “nel” 12 000 a.C. In un’intervista con Vesna Peric Zimonjic, apparsa sul quotidiano belga De Morgen, Osmanagić aveva rifiutato di datare le strutture: “Non abbiamo trovato ancora frammenti organici, ossa, legno o carbone. Quest’analisi ci aiuterebbe a datare le strutture.” Tuttavia una relazione della sua squadra di scavo affermava, già sei mesi prima, che in effetti due scheletri incompleti erano stati trovati. Successivamente (nel 2006) Osmanagić affermò che la struttura potesse essere datata prima della fine dell’ultima era glaciale e che sarebbe esistito un antico progetto mondiale per l’edificazione di tali opere. Paragonando la variazione delle altezze delle piramidi egiziane e quelle americane con quella della collina Visočica (che stima sui 220 metri), Osmanagić è poi giunto alla conclusione che siano state tutte costruite da un unico popolo e che l’ultima sarebbe stata la piramide bosniaca. Salvo poi cambiare idea e affermare che quest’ultima sarebbe stata invece la prima e che quindi la collina Visočica sarebbe “la madre di tutte le piramidi”. Tale asserzione sarebbe basata sull’esistenza di una geometria sacra e dallo studio numerologico di messaggi lasciati nella piramide per le future generazioni.

Il progetto prevedeva di terminare lo scavo nel 2012 per, secondo Osmanagic, “rompere la barriera di energia negativa, permettendo alla terra di ricevere energia cosmica dal centro della galassia”

La posizione della comunità scientifica

Le affermazioni di Semir Osmanagić hanno incontrato l’opposizione di numerosi archeologi che lo hanno accusato di promuovere nozioni pseudoscientifiche e di danneggiare il sito archeologico con i suoi scavi. Così Enver Imamovic dell’Università di Sarajevo, già direttore del Museo nazionale di Sarajevo, è preoccupato che lo scavo possa danneggiare la città medievale di Visoki. In una lettera all’editore di The Times del 25 aprile 2006, il professor Anthony Harding, presidente dell’European Association of Archaeologists, definisce le teorie di Osmanagić “strampalate” e “assurde” esprimendo preoccupazione sull’insufficiente salvaguardia del patrimonio storico bosniaco. Lo stesso Harding, dopo la visita al sito, ha dichiarato: “Abbiamo visto zone di roccia naturale con fessure e crepe ma nessun segno di archeologia”. Curtis Runnels, dell’Università di Boston, esperto della preistoria greca e balcanica afferma che “tra 27 000 e 12 000 anni fa i Balcani attraversavano l’ultimo massimo glaciale, un periodo molto freddo e secco con ghiacciai nelle aree montagnose. Gli unici abitanti erano cacciatori e raccoglitori del paleolitico superiore che lasciarono dietro di loro tracce di accampamenti e di occupazione di caverne. Queste tracce consistono in semplici attrezzi in pietra, focolai e resti di animali e piante consumati come cibo. Questa gente non aveva gli strumenti né le conoscenze per realizzare un’architettura monumentale”.

Gli accademici della facoltà di Geologia dell’università di Tuzla diretti dal professor Sejfudin Vrabac hanno concluso che la collina è una formazione geologica naturale fatta di sedimenti clastici di composizione stratificata e vario spessore e che la sua forma è conseguenza dei processi endodinamici ed esodinamici dell’era post-miocenica. In particolare si tratta di una formazione sedimentaria terrigena composta da un’alternanza di argille, arenarie e rare puddinghe. L’aspetto fondamentale è che essa si presenta poco disturbata dalla tettonica con una stratificazione sub-orizzontale. È proprio questo tipo di assetto stratigrafico dei terreni, che costituiscono l’ossatura dei rilievi, che genera una forma vagamente piramidale alle colline. Inoltre, le presunte “pavimentazioni stradali” e le “gradinate”, non sono altro che superfici di strato con fratture singenetiche, sapientemente “sezionate” con scavi ad hoc. Nota il prof. Vrabac che esistono dozzine di formazioni geologiche similari nel solo bacino minerario di Sarajevo-Zenica.

Robert Schoch conclude che esistono spiegazioni geologiche per tutti gli aspetti considerati artificiali da Osmanagić. Nel caso delle gallerie ha inoltre aggiunto: le “antiche iscrizioni” non sembrano essere antiche per niente. Sono stato informato da una fonte attendibile che le iscrizioni non erano lì quando i membri della squadra delle piramidi sono entrati per la prima volta nelle gallerie meno di due anni fa. Le iscrizioni sono state aggiunte dopo con intenti che possono essere o no fraudolenti.


 

Srebrenica (book fotografico e video)

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Il book fotografico del Cimitero di Srebrenica (Bosnia Erzegovina)

 

 

Srebrenica (in serbo: Сребреница) è una città e un comune situato nella Bosnia ed Erzegovina orientale e appartenente all’entità della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) con 15.242 abitanti al censimento 2013.

Srebrenica si trova in una zona montuosa e il nome della città significa “miniera d’argento” (in lingua serbo-croata “srebro” significa “argento”), dall’antico nome latino “Argentaria”.

Prima del 1992 era attiva in città una fabbrica metallurgica, uno stabilimento termale che richiamava turisti da tutta l’ex-Jugoslavia, mentre nelle vicinanze erano operanti miniere di zinco, piombo e oro. Oggi le principali attività economiche sono l’estrazione di salgemma e gli stabilimenti termali.

Verso la fine della guerra in Bosnia, nel luglio 1995, Srebrenica è stato teatro del primo genocidio dalla fine della seconda guerra mondiale che vide il peggiore massacro di civili bosgnacchi da parte delle truppe paramilitari serbo-bosniache di Ratko Mladić. Nonostante ciò, Dayton ha lasciato Srebrenica nel territorio della Republika Srpska.

Il 24 marzo 2007, l’assemblea municipale di Srebrenica ha approvato una risoluzione che domanda l’indipendenza dalla Republika Srpska; i membri serbi dell’assemblea non hanno votato la risoluzione.

Genocidio di Srebrenica

Nel corso della guerra in Bosnia (1992-1995) la città era una enclave bosniaca circondata da territori abitati da serbi bosniaci, e costituiva un'”area di sicurezza” controllata dalla Forza di protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR). L’11 luglio 1995 Srebrenica venne occupata e le truppe serbo-bosniache deportarono la popolazione e compirono il genocidio di Srebrenica, in cui furono giustiziati circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani. Ciò che colpisce della strage, oltre alla crudeltà ed alla sistematicità con cui è stata commessa, è che i caschi blu olandesi presenti, appartenenti al contingente UNPROFOR, nulla fecero per prevenire lo sterminio, a causa del fatto che le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU fino a quel momento votate, non davano alla Forza mezzi ed autorizzazione per agire.

I caschi blu olandesi hanno ricevuto dal ministro della difesa olandese (con l’appoggio della Commissione Europea) la medaglia d’onore per il coraggio mostrato a Srebrenica. Recentemente tuttavia, una corte olandese ha giudicato le truppe olandesi ONU corresponsabili di quanto accaduto a Srebrenica ed accordato alle famiglie delle vittime risarcimenti economici.

Il massacro di Srebrenica è anche conosciuto come “genocidio di Srebrenica”, in quanto è stato considerato tale dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia il 19 aprile 2004, nel giudizio sul caso Krstic. Tale giudizio è stato seguito dall’ammissione e le scuse per il massacro da parte del governo della Republika Srpska.

Il Memoriale di Potocari che commemora il Genocidio di Srebrenica è stato inaugurato nel 2003 dall’ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.


 

Mostar (book fotografico e video)

 

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Il book fotografico di Mostar (Bosnia Erzegovina)

 

 

Mostar è un comune della Federazione di Bosnia ed Erzegovina capoluogo del cantone dell’Erzegovina-Narenta con 113.169 abitanti al censimento 2013.

Mostar è la capitale non ufficiale dell’Erzegovina, ed è costruita lungo il fiume Narenta. È la quarta città del paese. Mostar ha un aeroporto internazionale, che si trova nel vicino paese di Ortiješ.

Il nome Mostar deriva dal suo “ponte vecchio” (lo Stari Most) e dalle torri sulle due rive, dette i “custodi del ponte” (mostari), che unitamente all’area circostante è stata riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’umanità nel 2005

Guerra in Bosnia ed Erzegovina

Tra il 1992 e 1993, dopo che la Bosnia ed Erzegovina in seguito ad un referendum popolare in base all’allora vigente Costituzione della Jugoslavia di Tito dichiarò l’indipendenza, la città fu soggetta ai bombardamenti e ad un assedio lungo nove mesi.

Le truppe serbe e montenegrine, appoggiate dall’Esercito Popolare Jugoslavo (JNA), bombardarono per la prima volta Mostar il 3 aprile 1992 e nelle settimane successive presero il controllo di gran parte della città. Oltre a causare immense sofferenze alle popolazioni locali, i tiri d’artiglieria danneggiarono o distrussero diversi bersagli civili. Tra questi ci furono un monastero cattolico, quello dei francescani, OFM, la locale cattedrale cattolica della Beata Vergine, Madre della Chiesa, il palazzo del vescovo cattolico con l’annessa biblioteca di 50.000 volumi, come pure vari luoghi di culto musulmani (la moschea di Karadžoz-beg, quella di Roznamed-ij-Ibrahim-efendija e dodici altre).

Pochi giorni dopo l’attacco subito, l’8 aprile, i croati d’Erzegovina insieme ai bosniaci musulmani formarono il Consiglio di Difesa Croato (Hrvatsko Vijeće Obrane, HVO) per affrontare le truppe serbe e montenegrine e l’Esercito Popolare Jugoslavo. Più tardi, in quello stesso anno venne fondato a Mostar pure il IV Corpo dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina (Armija Bosne i Hercegovine), principale formazione militare dei bosniaci musulmani.

Il 12 giugno le forze dell’HVO, assieme a formazioni più piccole composte da bosniaci, ammassarono abbastanza uomini e armi da costringere le truppe serbe e montenegrine e quelle del JNA a uscire da Mostar. Durante l’assedio che ne seguì, la città continuò ad essere bombardata da postazioni sulle montagne ad est, rimaste in mano delle truppe serbe e montenegrine e del JNA.

Nel 1993, i croati bosniaci e i bosniaci musulmani cominciarono una lunga lotta per il controllo di Mostar. I croati lanciarono un’offensiva il 9 maggio durante la quale bombardarono senza tregua il quartiere musulmano, riducendolo in gran parte in rovina, comprese numerose moschee e case del periodo ottomano. Durante la guerra i croati crearono dei campi di concentramento per i musulmani e lo stesso fecero i musulmani per i croati.

Il ponte di pietra del XVI secolo fu distrutto il 9 novembre dal fuoco di un mortaio croato. Nel 2004 ne è stata completata la ricostruzione, contestuale al recupero dell’intera città vecchia, che è stata iscritta dall’UNESCO nella lista dei siti dichiarati Patrimonio dell’umanità.

Un cessate il fuoco fu firmato il 25 febbraio 1994. La città rimase divisa tra croati e bosniaci, e solo nel 1996 fu ristabilita la libera circolazione da una parte all’altra della città.

Il ponte di Mostar: lo Stari Most

Lo Stari Most (che in italiano significa: “Il Vecchio Ponte”) è un ponte ottomano del XVI secolo appartenente alla città di Mostar, in Bosnia ed Erzegovina, che attraversa il fiume Narenta per unire le due parti della città che esso divide.

Il ponte venne distrutto dalle forze croato-bosniache nel corso della guerra in Bosnia, la mattina del 9 novembre 1993. Immediatamente venne messo in moto un progetto per la ricostruzione, che cominciò alla fine delle ostilità e terminò il 22 luglio 2004.

Il ponte è a schiena d’asino, largo 4 metri e lungo 30, e domina il fiume da un’altezza di 24 metri. È protetto da due torri, chiamate Helebija (a nord est) e Tara (a sud ovest), chiamate mostari (cioè “le custodi del ponte”).

L’arco del ponte venne costruito usando una pietra locale chiamata tenelija. La forma dell’arco è il risultato di numerose irregolarità prodotte dalla deformazione dell’intradosso (cioè della linea interna dell’arco).

Invece che su fondamenta, l’arco del ponte poggia su due piedritti calcarei collegati a muri lungo gli argini del fiume, per poi alzarsi di 12,02 metri.

Distruzione del ponte
Durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995), le forze secessioniste croate combatterono contro le forze governative bosniache e, il 9 novembre 1993, distrussero il ponte. Prima di questo evento, esso venne danneggiato già nel 1992 dai bombardamenti attuati dai serbi; entrambe le fazioni, sia la croata che la serba, vedevano un simbolo nel ponte e nell’area storica nelle sue vicinanze, una parte integrante della cultura bosniaca, da distruggere in quanto tale (e infatti anche prima della distruzione esso venne ripetutamente preso di mira).

Ricostruzione del ponte
Il ponte, incluso recentemente nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità, venne ricostruito sotto l’egida dell’UNESCO. Le sue 1.088 pietre vennero lavorate secondo le tecniche medievali; il lavoro di ricostruzione è costato circa 12 milioni di euro.

Lo Stari Most è stato riaperto il 22 luglio 2004, con cerimonie basate sull’idea di una riconciliazione fra le comunità bosniache dopo gli orrori della guerra, anche se il rancore e la diffidenza restano evidenti.


 

Cascate Kravice (book fotografico e video)

 

 

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Il book fotografico della cascate Kravice (Bosnia Erzegovina)

 

 

Tra gli elementi naturalistici più affascinanti della regione, spiccano le spumeggianti cascate di Kravice, a circa 40 km da Mostar. Le acque del fiume Trebižat si ramificano, cadendo da pareti di tufo ad un’altezza di 30 metri, e formano un anfiteatro naturale largo 150 metri, allestendo uno spettacolo che ricorda, seppure in dimensioni ridotte, quello delle imponenti cascate del Niagara.

Frequentato nella stagione estiva soprattutto da appassionati di rafting e dagli abitanti locali, è il luogo ideale per tutti coloro che cercano relax e divertimento stando immersi in un ambiente incontaminato, accompagnati dal suono costante delle cascate in sottofondo. Nei pressi delle cascate si trovano anche una piccola grotta, in cui si possono ammirare stalattiti formate da carbonato di calcio, un antico mulino e un vascello.

Il fiume Trebižat consente, inoltre, piacevoli gite in canoa, organizzate da esperti operatori locali, con percorsi fluviali di 10 km al costo di 35 euro a persona circa (comprensivo di guida, canoa ed equipaggiamento). Un’esperienza davvero imperdibile, in cui i ritmi frenetici della vita quotidiana sembrano solo un ricordo lontano.


 

Međugorje (book fotografico e video)

 

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Il book fotografico di Medjugorje (Bosnia Erzegovina)

Međugorje (pronuncia croata e bosniaca [ˈmɛdʑu.ɡɔːrjɛ]), scritto anche Medjugorje, è una piccola località del comune di Čitluk, oggi parte del cantone dell’Erzegovina-Narenta, della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, in Bosnia ed Erzegovina.

Il paese si trova a un’altitudine di circa 200 metri sopra il livello del mare ed è situato alla base di due colline, il Križevac e il Podbrdo (il nome Međugorje significa proprio “fra i monti”). Il clima è tipicamente mediterraneo.

I suoi cittadini sono prevalentemente di etnia croata e la religione professata dagli abitanti è quella cattolica. La parrocchia di Međugorje ha competenza anche per i villaggi di Bijakovići, Vionica, Miletina e Šurmanci. Il suo patrono è san Giacomo.

Le apparizioni mariane

Questa località è diventata celebre nel mondo perché, dal 24 giugno del 1981, Vicka Ivanković, Mirijana Dragičević, Marija Pavlović, Ivan Dragičević, Ivanka Ivanković e Jakov Čolo (che allora avevano tra 10 e 16 anni, oggi sono tutti adulti, padri e madri di famiglia) affermano di ricevere apparizioni della Vergine Maria, che si presenterebbe con il titolo di “Regina della Pace” (Kraljica Mira). Per questo motivo Međugorje è divenuta oggi una famosa meta di numerosi pellegrinaggi.

La posizione della Chiesa su Medjugorje rimane quella sintetizzata nel 2007 dal cardinale Tarcisio Bertone: “Tutto è rinviato alla dichiarazione di Zara del 1991, che lascia la porta aperta a future indagini”[1]. Il 10 aprile 1991 i vescovi dell’allora Jugoslavia, riuniti a Zara, emisero una dichiarazione congiunta nella quale si afferma: «sulla base di quanto finora si è potuto investigare, non si può affermare che abbiamo a che fare con apparizioni e rivelazioni soprannaturali».

Nel marzo 2010, la Santa Sede ha formato una Commissione internazionale di inchiesta per indagare sui fatti. Tale commissione è composta da vescovi, teologi ed altri esperti, sotto la guida del cardinale Camillo Ruini. Il 17 gennaio 2014, a conclusione dei lavori, svolti nel più assoluto riserbo, gli stessi sono stati consegnati alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Travel blogger, fotografo ed influencer per diversi siti web ma soprattutto per il mio blog "I VIAGGI DI SPEEDY". Ho visitato 43 nazioni diverse e uno stato "de facto” come la Transnistria. Brand Ambassador per diverse aziende italiane e internazionali. Fondatore del fanclub unofficial su Luciano Ligabue più famoso del web lucianoligabuefanclub.com